BerlinAndOut

La vostra guida per Berlino




Gli spettri del nove maggio

Post di AnnA

Posted on | maggio 9, 2012 | No Comments

Il nove maggio è l’ora zero a Berlino, è il giorno che i tedeschi non amano ricordare perché incarna la sconfitta e la vergogna collettiva di un popolo. E’ il giorno della morte del terzo Reich e della non rinascita della democrazia, è il giorno dal quale ci si poteva aspettare il ritorno alla vita e si rimase invece invischiati nella cancrena.

Pere qualcuno è anche il giorno della vittoria, è chiaro. Ché la guerra si fa sempre in due e dove l’uno perde e giace agonizzante sulla terra bruciata l’altro esulta e improvvisa una danza della vittoria macabra e impietosa. Lo hanno fatto i russi il 9 maggio del ’45 danzando su cadaveri tedeschi, lo ha fatto ogni vincitore sulle spoglie del suo nemico.

Il nove maggio è anche il giorno che nel 1976 Ulrike Meinhof scelse per togliersi la vita, per smettere infine i panni della rivoluzionaria e detenuta politica e liberarsi per sempre del peso “estremamente gravoso” di cui la vita l’aveva caricata.

Meinhof era nata nel 1934; aveva imparato a camminare e pensare nel mondo bianco rosso e nero che Hitler & co. stavano costruendo intorno a lei, aveva trascorso l’infanzia sotto le bombe ed era diventata giornalista nel Paese che avrebbe dovuto ricomporre i cocci della passata Germania.

Come si rifà un Paese che si è inflitto l’ora Zero? Le risposte si sprecano, utopiche e “reali”. Verrebbe da pensare che esorcizzare il Male sia possibile solo estirpando le radici del male stesso; ma estirpatelo voi, il Nazismo dalla testa dei cittadini del Terzo Reich. Allora o ricominci a comandarli a bacchetta – e a impedir loro di guardare fuori – o incastri le istituzioni democratiche tra i cocci di quella forma mentis.

Quando nel 1968 la Germania ovest approvò le leggi d’emergenza sembrò a molti tedeschi che le istituzioni avessero assorbito gli stessi cocci che dovevano frantumare, e lo Stato invadente deve aver regalato un paio di brutti dejà vú a più di qualcuno.

Quell’anno Ulrike Meinhof si era trasferita a Berlino, per allontanarsi da un fedifrago e avvicinarsi all’isola Berlin(West). Che era infuocata dalla rivolta studentesca e paralizzata dalla politica, isolotto anomalo nel cuore dell’altra Germania, concentrato di outsiders di ogni provenienza – e degli outsider per eccellenza dell’Apo, l’opposizione extraparlamentare.

Vedere Rudi Dutschke gesticolare dai pulpiti come un novello Liebknecht deve essere stato esaltante ed anacronistico, un’immagine grandiosa per Ulrike Meinhof – il fantasma di una alternativa concreta e la possibilità di una resistenza vera. Finché un qualcuno non sparò tre colpi addosso a Dutschke. Una persona qualunque – potenzialmente chiunque: la pubblica opinione che si è fatta proiettile e ha agito con le mani e la pistola di un ragazzo x un po’ disturbato, politicizzato a destra e ossessionato dalla figura di Dutschke – onnipresente nei media di quegli anni. La propaganda che si ripresenta invadente e inghiotte ogni cosa, la necessità di uscire dal un mondo per contrastarlo.

Di lì a saltare il passo è breve, o almeno lo fu per la giornalista Meinhof che diventò la guerrigliera Meinhof. Lei saltò letteralmente, da una finestra di Berlino Ovest, unendosi nella fuga ai membri della futura RAF, e scomparve dalle maglie del sistema. Rimarcò la scelta qualche giorno dopo scrivendo: “Diciamo naturalmente, gli sbirri sono maiali. Diciamo che il tipo in uniforme è un maiale, non un uomo. E come tale dobbiamo rapportarci a lui. Ciò significa che non dobbiamo parlargli, e che è sbagliato in assoluto parlare con questa gente. E naturalmente si può sparare”.

E tirò fuori tutta la volontà di controllo della Germania, e vide la sua prigionia come il compimento della profezia sua e della RAF. E poi si impiccò alla finestra della sua cella, donando alla Germania un nuovo cadavere del nove maggio.

I fiori di Marzahn – passeggiata Ostalgica nei Giardini del Mondo

Post di Ema

Posted on | maggio 3, 2012 | No Comments

Berlino pare essere costruita su un intreccio di spazio e di tempo del tutto particolare, aggrovigliato ma discontinuo: ci sono posti a Berlino dove lo spazio si complica, si accumula, ci sono troppi luoghi, ci sono troppe forme, giustapposte, accatastate, apparentemente slegate l’una dall’altra (provate a girare su voi stessi nella piazza tra la Marienkirche e la Torre della Televisione), e posti invece dove pare non esserci proprio niente. Amor Vacui. Ci sono momenti a Berlino in cui tutto corre e si confonde, non solo il futuro pare essere già qui e ti sfreccia incontro più veloce di quanto vorresti, ma lo stesso presente si frantuma subito in centinaia di possibilità che si danno tutte fragorosamente nello stesso istante (effetto “venerdì sera”). Altre volte semplicemente non capita nulla (effetto “domenica mattina” noto anche come “gennaio senza fine e scopo”).

Ci sono zone di Berlino dove questo paradosso spazio-temporale si manifesta in modo quasi feroce: provate ad avventurarvi ad est, dove la capitale della Germania sveste i suoi panni istituzionali, dove la bella città che attira giovani scapestrati da tutto il mondo rimette la testa sulle spalle, dove speculazione, gentrificazione sono ancora nomi di malattie esotiche. Dove Berlino insomma mostra la sua ossatura essenziale, la struttura segreta sottesa a tutto il suo tempo, a tutto il suo spazio. Prendete ad esempio in un primo maggio di sole l’M6 e ritrovatevi, per esempio, a Marzahn.

Il nome evoca nei berlinesi del centro desolanti panorami socialisti, grandi parallelepipedi impilati nella pianura come un ciclopico tetris, crivellati da finestrelle quadrate, attraversati dalle rotaie del tram e della S-bahn (diretti chissà dove…ma prima o poi Berlino finirà e comincerà la Polonia, no?). Occasionali Imbiss dai nomi fiabeschi e gli sgabelli di cemento. Uomini e donne con la pettinatura uguale: corto avanti lungo dietro (le donne si riconoscono per la doppia colorazione: nero sotto, biondo sopra con qualche variante biondo/rosso sugo, biondo/fuchsia). Parlano un tedesco duro. E guardano gli “stranieri” di sottecchi. Forse perché hanno paura di essere malgiudicati visto che i berlinesi del centro mormorano che nelle periferie orientali ci siano tanti brutti ceffi, per non dire gruppuscoli neo – nazisti. Noi invece guardiamo Marzahn con occhi spalancati perché qui il tempo e lo spazio di Berlino sembrano giocare a strattonarsi l’uno con l’altro: i Plattenbau vengono chirurgicamente demoliti (o rinnovati?), mentre in mezzo al nulla sorge un centro commerciale scintillante che potrebbe benissimo essere in Nevada o Sesto San Giovanni. Le signore con la messa in piega socialista bevono coca cola ma addentano ketwurst nel solleone. Accanto all’Imbiss un negozio di piercing e tatuaggi (è strano: tutti qui si pettinano allo stesso modo da decenni, ma nessuno rinuncia all’anello sul labbro o al tatuaggio da guerriero maori che spunta dai pantaloni capri a vita bassa, portati – stupisce ancora qualcuno? – col sandalo e il calzino). Improvvisamente un mulino a vento, giuro. La Berlino che conoscevamo si diluisce, ne rimangono i residui architettonici. Il tempo del centro si allontana e ci immergiamo in un mondo dove la DDR è sicuramente finita eppure permane ovunque. Come quelle macchie che ci facevamo da piccoli e che la mamma diceva “questa adesso non va più via”.

E poi di nuovo l’improbabile: tra le casette tipo “lego” spuntano i Giardini del Mondo. Non sono una sorpresa, perché se ci siamo spinti in questo primo maggio infuocato fino a qui è proprio perché sapevamo che a Marzahn c’è un bellissimo parco. Ma oltre il cancello (l’ingresso si paga 3 euro) di nuovo spazio e tempo giocano a confonderci: se fino a qualche minuto prima ci pareva di essere diretti in Polonia, ora ci ritroviamo sbattuti in giardini koreani o giapponesi. Sbattuti è la parola giusta perché nei giardini (ricostruiti con cura da eminenze importate direttamente dal paese originario) si cammina in fila, non si torna indietro, non si scavalca la transenna, non si beve, non si mangia, non si fuma e se sgarri una guardia dell’est ti abbaia contro sollevando l’attenzione generale sulla tua mancanza. Effetto Gardaland infernale, non vedi l’ora di “tornare” alla tua Berlino. Poi però si riapre la meraviglia: grandi prati verdissimi dove mani sapienti hanno distribuito papaveri e ranuncoli per il ballo delle fate, boschetti di salici e betulle, un laghetto, bambini biondi che giocano come nell’Eden (ma solo nelle aree dove i bambini possono giocare, il rigore socialista ha i suoi lati positivi). Una sorpresa anche il “giardino cristiano” con il suo hortus conclusus circondato da un bellissimo “pergolato parlante” che invece di imitare finalmente suggerisce ed inspira. E il labirinto all’inglese, dove, sembra impossibile, ci si può davvero perdere. Nella serra balinese (sconsigliata a chi soffre l’umidità) ci rapiscono le orchidee e il profumo di frangipani. Ma come da copione l’uscita porta direttamente ai cessi e al baracchino delle salsicce. Nei Giardini del Mondo l’incanto è sempre lacerato: c’è sempre qualcosa o qualcuno che ti riporta alla realtà, ti rimette con i piedi per terra (sarà uno strascico dello spazio/tempo Ost-Berlin?). Ad esempio i solerti “concittadini” che sorvegliano sulla tua condotta (come se non bastassero le guardie). Si avvicinano quatti quatti per vedere se ti stai comportando secondo regolamento, ti scrutano dall’alto, soppesano per qualche lungo, imbarazzante minuto la situazione e se finalmente trovano qualcosa da ridire allora concludono trionfanti il loro esame lapidandoti con solidale spirito patriottico. Grazie “compagno” per avermi fatto capire che sarebbe meglio fare come pensi tu, grazie davvero, ora puoi dirmi dove c’è un posto in questo sterminato parco dove posso vivere come voglio io senza essere scrutato, giudicato e sempre e comunque, nel bene o nel male, nel giusto o nel torto rimproverato?

Anche se, ammettiamolo, fanno quasi tenerezza. Sospesi nel loro tempo che per noi è alieno quasi quanto i fiori di Bali. Questi fiori di Marzahn possono crescere solo qui, dove il passato è rimasto incastrato tra i condomini piatti, e lo spazio è stato lavato furiosamente dalla Wende. Qui è rimasta una Berlino che parla con accento slavo, che se ne frega di essere trendy o hipster, che pratica il nudismo in città con disinvoltura, che non griglia o accumula vuoti di birra come se non ci fosse più un domani, e che al calare del tramonto torna compostamente a casa, per cenare e poi dormire. Lasciando i Giardini del Mondo ci sovviene solo per un attimo che il Primo Maggio era la festa di questo mondo ordinato e sorvegliato. E diventiamo un po’ più accondiscendenti persino con la burbera autista del bus: lei che è chiaramente un fiore di Marzahn costretta a lavorare il giorno della festa e a scorrazzare scapestrati italiani che, chissà come, sono riusciti a scappare dal loro giardino.

Die Gärten der Welt – Berlin Marzahn – da Alexanderplatz S7 o M6 fino a Marzahn (Promenade) e da lì autobus 195 (in tutto 35/40 min.)

[BerlinAndOut]³

Post di admin

Posted on | aprile 30, 2012 | No Comments

Giochi di Guerra: Berlino 1945 / Berlino 2012

Post di Ema

Posted on | aprile 25, 2012 | No Comments

Nell’aprile 1945 non eravate a Berlino e vi siete persi la battaglia finale? Poco male. Non deve essere stato uno spettacolo divertente e probabilmente non ne sareste usciti vivi. Se però vi è rimasto il voglino la 7° Biennale d’arte contemporanea di Berlino vi offre domenica 29 aprile ore 14 Spreepark Berlin-Treptow l’occasione di aggirarvi come “spettatori” all’interno di una ricostruzione storica di quei giorni violenti e lontani (e si spera questa volta innocui). L’idea è venuta all’artista Maciej Mielecki e all’inizio mi ha lasciato un po’ basito: le ricostruzioni storiche di battaglie non sono forse il passatempo domenicale di invasati un po’ nerd che si incontrano pei campi la mattina per prendersi a fucilate con pallini di gomma? Forse che se avessi insistito un po’ di più con Dungeons & Dragons oggi avrebbero invitato anche me e il mio elfo mago di 26° livello alla Biennale? Per non parlare poi del “cattivo gusto” di chiamare qui a Berlino gente che per hobby si traveste da SS. Meno male che anche domenica 29 dovranno perdere, visto che non sono concesse incursioni fantastiche o macabri “what if?” La ricostruzione storica, è, nonostante le apparenze ludiche e teatrali, una cosa serissima. Richiede ore di studio e di preparazione. I costumi e l’oggettistica devono essere accuratissimi, e, se reale ricostruzione deve essere, le “truppe” devono avere non solo una formazione simil-militare, ma anche una precisa conoscenza dei fatti storici, minuto per minuto, movimento per movimento. E le ricostruzioni belliche sono sempre piaciute: fin dall’antica Roma ci si divertiva a ri-guardare battaglie famose (che ai tempi venivano replicate negli anfiteatri tra folle di tifosi) e in fondo non sono i film di guerra tra quelli che più tirano al botteghino? Solo che rimane pur sempre una bella differenza tra vedere Tom Cruise fucilato nei panni di Stauffenberg o il nostro fruttivendolo che si butta a terra urlando sotto raffiche di mitra giocattolo. Alla fine mi sono chiesto con quanta ironia la Biennale avesse proposto questa “performance” e con quanta ironia mi fosse concesso avvicinarla.

La battaglia di Berlino è stata una delle più sanguinose e disperate del secondo conflitto bellico: immaginate una grande capitale imperiale ridotta a scheletro carbonizzato in cui brulicano soldati grigi, vecchi e bambini (in tutto circa 94.000 persone) che si contrappongono a una massa di soldati egualmente grigi e disperati, spinti come migliaia di ratti (i sovietici contavano su circa 464.000 unità) dai loro generali vanagloriosi. L’Armata Rossa dopo avere sbaragliato le difese orientali dell’esercito nazista riuscì ad accerchiare la città e a penetrarla da nord (Ploetzensee) e da sud (Tempelhof). Contro di loro Goebbels, sindaco di Berlino e Ministro plenipotenziario della guerra di fresca nomina, scagliò ogni civile che avesse ancora forza di sostenersi in piedi (viceversa chi cercava di scampare allo scontro veniva impiccato dalle SS ai lampioni con un cartello infamante “così muore un traditore”). La battaglia fu particolarmente cruenta tra Alexanderplatz e intorno al Reichstag, dentro cui si era rifugiato l’ultimo sparuto drappello di ragazzini nazisti. Combattevano e non sapevano che il loro Führer si era già levato di mezzo inghiottendo cianuro e sparandosi in testa e che tutto lo Stato Maggiore nazista stava cercando di lasciare la città strisciando sotto le macerie, spogliando i morti per sostituire la propria divisa con gli stracci sbrindellati di un civile (temevano di essere riconosciuti e fucilati a vista). Di quei giorni (25 aprile – 2 maggio 1945) rimangono oggi pochissimi segni: qualche muro crivellato di mitragliate, sul colonnato all’Isola dei Musei, davanti alla Sophienkirche, dietro la Gemaelde Galerie: si contano sulle dita della mano die Wunden der Erinnerung, le ferite del ricordo. Poche perché fanno male. E quindi si preferisce ricordare piano, sommessamente, con vergogna quasi. E, se proprio non si vuole ricordare, si stucca il muro.

Forse che la ricostruzione della Battaglia finale voglia esorcizzare questa paura e questo senso di vergogna? In una specie di grande psicodramma costringere i berlinesi ad affrontare la loro storia? In fondo la 7°Biennale verrà inaugurata sotto il motto “Forget Fear” e si propone di indagare quest’anno i rapporti complessi tra arte e politica e in particolare le modalità con cui l’arte da una parte e la politica dall’altra definiscono la realtà. La paura della guerra che ognuno di noi (nipote di un combattente della Seconda Guerra mondiale, cucciolo della Guerra Fredda) tiene sopita in un angolo della mente continua a essere manipolata dai poteri che ci governano. La guerra reale, con i suoi fragori, le sue puzze, i suoi dolori è meno lontana di quanto sembri, ce la porta in casa ogni giorno la Tv, ce la raccontano le persone che tornano o scappano dai luoghi di conflitto, la insinua sottilmente l’ansia di chi vive in una grande città e teme un attacco terroristico. La paghiamo sempre con le nostre tasse visto che nessuno dei nostri stati ha deciso di rinunciare ad armare i propri eserciti nonostante sia schiacciato dalla crisi economica.

Ri-costruire la guerra però avrà davvero questo effetto di ri-responsabilizzare il cittadino, sia berlinese sia europeo, sulle radici profonde dell’ordine in cui vive? Ci darà consapevolezza della nostra storia passata e del nostro presente in ebollizione (non erano forse scenari di guerra quelli della Londra in fiamme di qualche mese fa?).

Rimane il sospetto di una baracconata divertente: già me li immagino i berlinesi di oggi, con i loro occhiali dalle grandi montature e la Bionade in mano aggirarsi tra i combattenti russi, polacchi, tedeschi (anche se probabilmente nessuno di loro sarà veramente russo, polacco, tedesco) come in uno strano zoo della storia. E dall’altra parte invasati e nerd di tutta Europa impegnatissimi a fingere di essere nazisti o soldati delle steppe contendendosi con furia il ruolo del generale Zhukov o di Heinrici. Ma forse lo spettacolo è destinato proprio allo spettatore come me, un po’ supponente, un po’ saputello, che la guerra la vuole leggere solo sui libri, e che domenica non saprà bene chi guardare: i finti soldati o gli spettatori col gelato in mano? E dovrà forse arrendersi all’evidenza che la guerra è sempre comunque un giocattolo che, come tutti i giocattoli, diventa micidiale nelle mani sbagliate.

Non mi resta solo che scendere in campo e raccogliere impressioni, ironiche o spaventate ancora non so, comunque le prime di questa 7° Biennale dedicata alla paura e all’oblio, che cercheremo di descrivere e commentare ancora sul nostro blog.

Art and Press – La stampa nell’arte al Martin Gropius Bau fino al 24.06.2012

Post di AnnA

Posted on | aprile 21, 2012 | No Comments


Arte Verità Realtà

Art and Press

Martin Gropius Bau

Niederkirchnerstraße 7

23 marzo – 24 giugno 2012

Arte e stampa. Arte e informazione. Il medium come opera d’arte e l’artista come informatore. Il medium diventa il messaggio, o il massaggio come avrebbe detto il Media Guru. Nasce prima l’uovo o la gallina – viene prima il desiderio di raccontare il mondo o di crearlo, viene prima il cronista o il creatore?


Dimenticandone l’aspetto metafisico, sono tutte domande che tentano di tracciare dei confini, degli ambiti di competenza, di definire ruoli e regni per artisti e cronisti, organi d’informazione e opere d’arte.


Il Martin Gropius Bau presenta fino a giugno la mostra “Art and Press”, che espone una rosa davvero grande di possibili risposte, ulteriori domande, spunti di riflessione e ironiche sdrammatizzazioni sul tema.


Chi non ha tra i suoi primi ricordi del mondo l’odore della carta del giornale appena stampato, la sensazione sabbiosa dell’inchiostro che annerisce le dita, il rumore frusciante delle pagine rivoltate in modo sempre troppo rumoroso dal vicino in treno? Il giornale è innanzitutto un oggetto, un pezzo di mondo che è una delle esperienze quotidiane più comuni a moltissimi popoli. Integrare il giornale nell’opera d’arte è una pratica vecchia quanto il giornale stesso, dalle pagine strappate per pulire i pennelli ai collage fatti con pezzi di carta di giornale, alle maschere veneziane in cartapesta che si facevano a scuola (almeno in veneto) fino alle installazioni di Mario Merz dove pile di giornali diventano superfici d’appoggio, o alle riproduzioni giganti di pagine di notizie che si ritrovano nei lavori di innumerevoli artisti. Molti dei quali sono presenti alla mostruosamente grande mostra del Martin Gropius Bau, che ne occupa l’intero piano terra più la balaustra del piano superiore.


Ma il giornale è anche informazione, sono le parole impresse sulla carta, è tipografia ed è orientamento politico, è informazione ed è propaganda, è gossip e divulgazione. E’ il quarto potere, che propone o impone una visione del mondo, che dirige il nostro sguardo nella direzione che vuole. E’ velo di maya alla massima potenza. E’ la creazione di un mondo lungo qualche decina di pagine e da riscrivere dopo ventiquattro ore – è creazione assoluta, e allora dove sta il confine tra il giornale e l’opera, tra l’artista e il cornista? Come dire, è più reale il mondo di Emilio Fede o quello di Andy Wahrol?


L’impressione che si ricava dalla mostra al Martin Gropius Bau è che il confine in questione sia sempre più labile – il mondo reale che la stampa dovrebbe restituirci e i mondi possibili che l’arte dovrebbe regalarci si confondono. Il cittadino è spettatore, il fruitore è medium, l’arte usa la vita che imita l’arte che critica la vita. L’autorità della stampa cede il passo al potere della creatività e alla polemica dell’artista che – dopo aver fatto propria la serialità del mondo della stampa, dopo aver quindi imparato che anche l’arte può avere grande tiratura, si propone di criticare l’impostazione didattica dell’informazione di massa, si propone di fare informazione polemizzando con l’informazione. E allora punta il dito sulle immagini troppo viste e sulle frasi troppo fatte, chiede uno sforzo al giornalista per stupire, per approfondire, per non starci a raccontare sempre le solite baggianate delle quali oramai ognuno – o quasi – riconosce i confini.


La mostra “Art and Press” presenta, con le opere di più di 50 artisti da ogni angolo del mondo, una panoramica davvero ampia sui modi di interazione e integrazione tra stampa e opera d’arte. Ci sono le pitture di Gerard Richter, che riproduce fotografie di giornale su scala gigante e ci invita a riflettere sul potere delle piccole immagini che vediamo tutti i giorni – che ci sembra di non guardare nemmeno, e invece si imprimono in strati di coscienza che non sappiamo di avere; c’è Barbara Kruger, che crea appositamente per la mostra uno spazio che è come una gigante pagina di giornale, parole e parole stampate su pavimento e muri, tutt’intorno alla persone, che richiamano alla coscienza civile, ad andare oltre le parole. Ci sono i led ossessivi di Jenny Holzer che fanno venire voglia di sfuggire alle parole, ci sono le ampolle da farmacia di Damien Hirst disegnate sui giornali, che suggeriscono un significato nuovo e ripulito per la carta stampata. Ci sono teatrini e spazi adorni di sole parole, ci sono le stampe di Andy Wahrol che derivano dai giornali e la scultura di Ai Weiwei che vuole sostituirli. C’è tutto o quasi ciò che nell’arte ha riflettuto o inglobato stampa e informazione e carta di gionale.


Nel patio un’appendice alla mostra che esplora il tema del supporto nella stampa – la stampa di ieri e quella di oggi, la tipografia classica e le nuove tecnologie. Al piano terra ci sono tre antichi macchinari da tipografia elaborati da Kiefer nella forma di fontane dalle quali fuoriescono fiori di ruggine. Sulla balaustra al piano superiore degli Ipad che presentano le riproduzioni di alcune opere del passato che avevano qualche connessione con la stampa (Otto Dix, Hannah Höch, Kurt Schwitters, insomma tutti i dadaisti sono presenti con i loro collage, e molti altri). L’Ipad mostra l’opera digitalizzata e poi, toccando la freccina, compare una descrizione dell’opera stessa con info sull’autore. La tematica del supporto mediatico è interessante ma appena abbozzata – a me sembra più una piccola marchetta ad Apple che una parte fondamentale per l’esposizione. Le opere sono piccole e senza vita, uccise forse dalla ruggine delle macchine al piano terra, la tipografia è semi-ignorata. Che la Carta sia con noi.



A tutte le Berlino! Buona Pasqua

Post di AnnA

Posted on | aprile 8, 2012 | No Comments

Se parliamo di schizofrenia non possiamo fare un giro di pensieri così largo da escludere Berlino. Mai. A Berlino c’è una dea della pace con in mano un’insegna di guerra. Berlino divisa forma due città disguali con lo stesso nome, un muro disuguale che separa destini identici, identici nomi e identici affetti. C’è una statua d’oro gigante e minacciosa, che dovrebbe far paura e invece è la paladina delle minoranze. Ci sono le minoranze che sono maggioranze. C’è la tolleranza che non si ricorda piùc he cosa ci sia poi di così grave da dover essere ‘tollerato’. C’è l’intolleranza che si chiama Grugno e si fa prendere in giro. Ci sono le securities che occupano gli edifici. C’è la capitale che però “non è Germania”, ci sono le rovine del passato e quelle del futuro, c’è la loro bellezza tragica. C’è una domenica da Pasqua di sole e Primavera che segue un sabato di neve e inverno. C’è che se non si guarda l’orologio non si sa che ore sono o che giorno è. O quale stagione.

Tappeti rossi srotolati a celare il fango, orsi che hanno allargato al loro tana alle aquile. Cinghiali in città e cemento nei parchi. Vita morte e un paio di miracoli. Si potrebbe continuare anche a lungo, ma visto che io devo andare a cantare storie su Berlino e che la giornata è troppo bella per guardare un monitor: eccovi un grande classico dell’umorismo tedesco-pasquale. Che il lettino sia con voi, anche quando risorgerete.

"Io non esisto"

Pausa: L’opera da tre soldi, IM Kurt Weill

Post di AnnA

Posted on | aprile 3, 2012 | No Comments

L’”Opera da tre soldi” (Dreigroschenoper) fu uno dei più grandi successi del teatro berlinese degli anni della repubblica di Weimar. Una creazione di Bertold Brecht e Kurt Weill, un’altra delle opere che i Nazi proibirono e bruciarono. In memoria.

C’erano una volta i libri d’artista, una mostra italiana alla galleria Gotland

Post di AnnA

Posted on | marzo 22, 2012 | No Comments

Künstlerbücher aus Italien @Galerie Gotland

Künstlerbücher aus Italien

21-31 Marzo 2012

Galerie Gotland

Gotlandstrasse 5, 10439 Berlin

Galleria Gotland, Gotlandstrasse, Berlin Prenzalauer Berg. 21.3.12, una data palindroma per un inizio di primavera e una luna nuova che sorge su un tramonto rosa e oro. Ce n’era abbastanza per farci credere di essere piombati nel mezzo di una favola. E infatti..

C’era una volta un’insegnante di accademia che credeva che l’arte dovesse essere alla portata di tutti. Incoraggiava i suoi allievi a non rimanere confinati dentro le mura o dentro i muri della Scuola, ma a confrontarsi invece con lo sguardo del pubblico, piccolo o grande che fosse.

Lei si chiamava Anna Guillot, era un’italiana con un po’ di Francia nel sangue e una convinzione nella testa: che fosse giunta l’ora di (ri)avvicinare le arti alla Gente, estraendole dalle cornici di spocchia ed eclettismo in cui dottoroni ed artistoni con il naso all’insù avevano cercato di confinarla. Come artista e come docente Anna Guillot citava Wahrol e Benjamin e ripeteva con loro che l’arte deve influenzare la quotidianità delle persone, penetrare sotto la loro pelle e rendere più bella la loro vita.

L’arte si deve Vedere, Sentire, Toccare.

Ai suoi studenti Anna trasmetteva il valore della manualità come esperienza fondamentale per l’artista, ieri come oggi. E conduceva chi l’ascoltava a riflettere sull’inscindibilità di gesto e sensibilità: l’individualità dell’artista – la sua anima? – si riflette nel segno che egli decide di lasciare nel mondo, non solo quindi nelle tecniche e nei media prescelti, ma soprattutto nella unica, peculiare maniera di ognuno di elaborarli e restituirli al mondo. La manualità per Anna si espandeva ben oltre la mera capacità di riconoscere ed assemblare materiali; si agiva oggi sul mondo anche attraversando lo spazio virtuale, i nuovi media e gli oggetti digitali – che ritornavano dopo l’elaborazione ad essere oggetti analogici, palpabili, impregnati dell’etere nel quale avevano riposato mentre la mano abile li elaborava con Photoshop. O chi per esso.

Anna Guillot insegnava ‘installazioni multimediali’ e ‘decorazione’ all’accademia di Catania; ai suoi studenti propose nell’inverno 2011-12 una sfida stimolante: esporre a fine semestre le loro opere a Berlino. Il tema della classe, che era poi quello della mostra, era il Libro d’Artista. Anche lui però elaborato e interpretato in chiave anti-eclettica, ripulito dal mito del “pezzo unico” e assolutamente fattibile, toccabile, riproducibile. Il Libro affascinava Anna da sempre, lei stessa si era più volte cimentata come artista con questa forma d’espressione; nel libro spazio e tempo sono entrambi presenti e fondamentali, la dimensione oggettuale e quella della durata si attorcigliano e propongono un tessuto di significati, ordito dalle mani dell’artista e intrecciato da quelle dello spettatore.

Gli studenti di Anna ebbero piena libertà di scelta esecutiva: la loro manualità si doveva esprimere in quel che le era più affine. Solo, il prerequisito di ogni libro doveva essere la riproducibilità – l’opera doveva contenere dal principio la volontà e la possibilità di essere fruita. I risultati furono dei più disparati: per qualcuno degli studenti di Anna il libro è un rotolo di carta fotografica lungo OttO metri che racconta storie dal mondo di internet, e che si srotola e srotola uscendo dalla sua pesante copertina in alluminio disegnata dall’artista; per qualcun altro è una scatola che contiene un plico di cartoncini quadrati, stampati con immagini monocrome – alcune di loro riportano una parola, altre no. Ma tutte insieme raccontano una storia. Per altri il libro non deve avere una copertina, va proiettato dall’alto su una superficie orizzontale, mentre qualcuno preferisce raccogliere la sfida dell’accessibilità e stampare il suo oggetto su carta semplice, senza pretese, lasciando l’idea che l’ha generato quanto più nuda possibile. Non importava come l’avrebbero fatto o quale storia avrebbero deciso di raccontare; gli allievi di Anna Guillot dovevano innanzitutto iniziare ad emanciparsi dalle maglie della scuola e immergersi nel mondo come artisti – e gli artisti, per Anna, insegnano l’arte, che lo vogliano o no.

Non era frequente a quei tempi trovare un’insegnante che incoraggiasse così i più giovani. E chi la incontrava riceveva senza dubbio una spinta propositiva forte verso la realizzazione dei suoi progetti. Non è probabilmente un caso che fosse Alfredo a gestire la galleria di Berlino dove Anna espose i lavori della sua classe: qualche anno prima lui sedeva nei banchi di fronte a lei, e iniziava il suo percorso di artista e curatore che doveva condurlo verso Berlino.

Quella sera entrare nella galleria Gotland era un viaggio attraverso tante dimensioni; ognuna delle opere esposte risucchiava l’osservatore in un vortice di colori o di ombre che suggerivano delle storie, in una rete di progressioni in cui si alternavano colori decisi e sfumature accennate, luci e ombre, immagini e suoni, pixel e tipografie.

E da quella luna in poi il mondo divenne un posto pieno di cose belle e di splendidi libri, e tutti vissero per sempre felici e contenti.

Ok, quest’ultima me la sono inventata. Ma il resto è tutto vero, fino al 31 marzo.

[Questa storia è l'elaborazione della conversazione che abbiamo avuto il 21 marzo con Anna Guillot alla galleria Gotland durante il vernissage della mostra, e condensa le nostre domande e le sue risposte]

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